STORIA

IL MULINO E LA MEMORIA DEL VILLAGGIO 

Racconto. Voce narrante il mulino. 

"A Badde Ottula, poco distante da qui, nascosta fra generose sorgenti, boschi di leccio e rocce sovrapposte, reclinate sulle case, ecco dove dimoravo anticamente; mi chiamavano Gutoy, o qualcosa di simile, e appartenevo alla curatoria di Montes". 

Sento che la voce del villaggio fluisce discreta, mai solitaria, accompagnata com'è da profumi di agrumeti, ginestre, glicine, lentischio e soprattutto di assenzio. La sua voce si diffonde docile come quella del suo torrente a primavera, forse perché ha timore di turbare la quiete che un poco alla volta sto cercando di riconquistare. E anche perché non viene da lontano e neppure da vicino, la sua voce, sgorga naturalmente da dentro di me. 

"In realtà, le mie origini sono così remote che neppure io saprei dire con precisione quando si stabilirono qui i primi abitanti", prosegue la voce come se, nel contempo, fosse sulle tracce di qualche altra voce o forse di qualche remota solitudine. "Inseguirla è come andare alla ricerca del punto in cui si origina la sorgente che qui scorre copiosa e perenne. Si sa, ogni origine rimane quasi sempre misteriosa, come quella del primo uomo comparso sulla faccia della Terra. Proprio per questo ogni origine conserva, se non siamo così indiscreti da indagare fin dentro le sue viscere, un fascino speciale e inesauribile. Gli storici, che sicuramente hanno più memoria di me, raccontano che nel 1378 tutte le case erano ormai diroccate, il silenzio era disceso per sempre a Badde Ottula ed aveva ereditato tutte le sue disperate memorie". 

"Dimmi", gli chiede il mulino "era forse passata di qui, come altrove, qualche forza deva-stante: guerra, pestilenza, carestia?" 

"Per fortuna, niente di tutto questo. Gli abitanti si erano trasferiti lungo la valle, seguendo il corso del torrente. In fondo, non è stata una vera e propria migrazione".  

"Dunque, è da questo momento che Gutoy abbandona Ottula, rinasce più avanti e diventa San Lorenzo?" 

"Proprio così, un nuovo villaggio, nuovo anche nella vocazione, con la sua chiesa dedicata a san Lorenzo, posata arditamente all'estremità di un precario promontorio roccioso, sotto il quale irrompe saltellando il torrente, per poi srotolarsi con una tranquilla passeggiata. Il villaggio diventa, con il passare degli anni, una cantilenante processione, sempre più affollata, di mulini idraulici e poi anche di gualchiere, frugali maratoneti in grado di sfruttare e anche di moltiplicare la forza naturale del torrente. Sono acque che non perdono la loro portata e dunque la loro energia neanche d'estate, perché non dipendono dall'umore, al solito imprevedibile, delle piogge; sono infatti quasi tutte acque di sorgente". 

"Potrei forse non saperlo anche io? Il torrente, ricco e perenne, è diventato una preziosa risorsa che gli abitanti hanno saputo sfruttare con mulini e gualchiere, sempre più perfetti, mansueti e resistenti come muli, oltre che con la loro laboriosa perizia di mugnai e gualchierai". 

"Nel 1742 sono un villaggio che può contare, come risulta dallo Stato delle anime, su 73 adulti. Verso la metà del 1800 -lo dico io e lo conferma lo storico Vittorio Angius-, nella chiesa di San Lorenzo erano solite radunarsi le famiglie dei 25 e più mulini presenti lungo la valle. Nel 1878 a San Lorenzo si contavano 34 mulini e due gualchiere, tutti disposti in fila indiana, distanti fra loro anche più di 100 metri. Da nessuna parte della Sardegna ci sono stati, né allora né dopo, tanti mulini e gualchiere come in questo luogo. E' un dato registrato, allora, con l'imposizione della tassa sul macinato, dopo l'applicazione dei contatori". 

"Meno male che non mancano le testimonianze, altrimenti qualcuno potrebbe pensare che siamo vittime della nostalgia; insomma, visionari che si inventano tutto". 

"Nel libro Osilo, del canonico Francesco Liperi Tolu, il censimento del 1911 attesta che gli abitanti della valle erano ben 430 e 36 i mulini, c'erano anche due gualchiere, che lavoravano 20 tessuti di lana e di lino. La follatura, ecco che cosa facevano di preciso". 

"Tutto vero. Ma cinquant'anni dopo non c'era più nessuna famiglia che si mantenesse con l'attività del mulino o della gualchiera. Inevitabile conseguenza, lo spopolamento, sempre più drammatico, con la scelta forzata di migrare ad Osilo, a spaccare pietre nelle cave, oppure in città e anche nella penisola e all'estero. "Oggi ti ritrovi con meno di 200 abitanti, nessuno dei quali fa il mugnaio o il gualchieraio. Quella che rimane si può riassumere in una memoria menomata, ridotta a brandelli, disperatamente viva. Ogni giorno di più costretta al silenzio, rassegnata a sprecare anche la sua bellezza". 

"Questa è la nostra storia", riprende la voce del villaggio" quella scritta e dunque documentata, il cui spazio non è che un fazzoletto di parole. In fondo, è la nostra fragile zattera arrivata fin qui chissà come. E con quale carico? Pochi frammenti fortunosamente sopravvissuti. Di tutto quanto si è smarrito nell'oceano del tempo, che è la maggior parte, nessuno sa niente e per questo non riscuote alcun credito. A qualunque altra storia, anche se falsificata, viene comunque riservata almeno un po' di ospitalità. La nostra non conta proprio nulla". 

"Ma se non conta nulla, allora che cos'è?" Glielo chiedo incredulo almeno quanto deluso. "Aria che viene e che va, aria che non si può fermare, che non ha valore, né peso", risponde il villaggio, con l'amarezza che irruvidisce la sua voce, ogni parola sa di pietra. "Quei pochi che la respirano non ne hanno consapevolezza, nessuno sta ad ascoltarla". 

"Eppure, come tante volte accade nelle vicende umane, quando non ci sono notizie né date precise, la storia dovrebbe cedere il passo alla leggenda. Che in più ci riserva le sorprese della magia. Non pare anche a te?" 

"Hai ragione. Del resto, io sono sia l'una che l'altra, la mia storia non potrebbe mai fare a meno della leggenda. Così, di fronte all'interrogativo senza risposta sul perché il villaggio di Gutoy si sia trasferito più a valle, assumendo il nome di San Lorenzo, la leggenda si è presa l'incarico di riempire uno spazio che non poteva comunque rimanere vuoto". 

"Il contenuto della leggenda lo conoscevano bene anche i mugnai, non soltanto noi due". 

"Lo sapevano, eccome!" soggiunge la voce, ora con un tono più vivace, attraversata dalla commozione. "Era un fuoco al quale si avvicinavano nelle serate estive come in quelle invernali, con la famiglia riunita. Così accadeva, specialmente negli anni in cui la valle si era ormai rassegnata al suo inesorabile morire, che specialmente i vecchi si rifugiassero nella loro memoria più antica, quella che avevano ricevuto in carico dai loro antenati più vicini. Perciò, sospinti fra intricati cespugli di ricordi dalla cantilena del mulino e non di meno dall'intrigante focolare, raccontavano di come il santo fosse apparso in sogno a un giovane pastore mentre pascolava il suo gregge in prossimità della valle, allora del tutto disabitata. Tra il continuo belare delle pecore e l'intimità della solitudine, quel pomeriggio il pastore si era addormentato sotto l'unico pianta esistente in quel luogo, una quercia pluricentenaria sopravvissuta a molti incendi. La calura estiva, in quelle ore, era diventata prepotente, da togliergli il fiato". 

Ora la mia voce e quella della valle sono una cosa sola. Una voce che, superando le vertigini del tempo, racconta una leggenda che qui ha il sapore della storia, l'unica esistente, nella quale si riconoscono tutti i mugnai che qui hanno vissuto; in fondo, anche i mulini, gli alberi e le pietre, e ogni goccia del torrente, si aggrappano tenacemente a lei. Ed ecco che, in sogno, san Lorenzo appare al pastore e gli dice: "Sai, a me pare strano che ti accontenti di fare il pastore in questo luogo così povero e malinconico. In mezzo a tutto questo pietrame che non è degno di te, dove crescono soltanto cespugli di rovi e prugnolo, e sparuti asfodeli. Non sei forse giovane e forte come appari? Sappi che a te, e ai tuoi compaesani, Dio ha riservato molto più e di meglio. Devi fidarti di lui, però. E di me". 

Il pastore, incredulo e anche impaurito, dapprima si limitò ad annuire. Senza neppure chiedere il nome del suo interlocutore. "Purtroppo tu non sai", riprende il santo, che ancora non si è presentato "non sai che questa valle nasconde ben altra ricchezza che questo misero pascolo. Dio te la offre e tu potresti sfruttarla. E con te, e dopo di te, anche moltissimi altri". Il pastore ascoltava come se il tempo si fosse fermato, senza alcuna fretta di conoscere la conclusione. Anche se la curiosità non gli mancava, brillava inquieta nei suoi occhi. "Vedi, figliolo, ci sono qui due grandi sorgenti, non molto lontane fra loro, che alimentano altrettanti torrenti", riprende il santo. "Questi due corsi d'acqua si congiungono più avanti, quando anche la valle diventa una sola. Ciò che a te sfugge, così anche a tutto il villaggio, è che l'acqua di questo torrente -la sua perenne vitalità-, sarebbe capace di far funzionare molti mulini, uno dopo l'altro". 

                               Il mulino della famiglia Pisano Carta, a fondo valle. 

Il santo prosegue: "Sei mai stato a Santa Maria Iscalas? Credo proprio di no. Altrimenti, avresti visto i mulini che si trovano nella valle poco distante. Questo è il momento di andarci, magari accompagnato da qualche parente o amico. Dopo aver onorato la Madonna con le tue preghiere, andrai a vedere i mulini. Lì potrai apprendere l'arte del mugnaio e osservare, nella bottega del falegname, come si costruisce un mulino". Avrebbe voluto chiedere spiegazioni, il giovane pastore, e fare obiezioni, magari per sentirsi rassicurato su alcuni aspetti che non gli erano chiari, ma la sua bocca non ne voleva sentire di aprirsi, sembrava fatalmente sigillata. "Lo so, appena sapranno del tuo progetto", continua il santo "molti ti guarderanno con sospetto e, dubitando di te, si chiederanno se sei sano di mente. Devi avere fiducia in Dio, figliolo, e nel suo servo Lorenzo. E intanto inizia a coltivare grano e orzo. Con il passare del tempo, persino dai villaggi vicini verranno da te a macinare le loro granaglie. Resteranno stupiti per l'ottima farina, bianchissima, e per il pane straordinario che faranno. In breve tempo, l'acqua farà sorgere qui una nuova e abbondante ricchezza che durerà per molti secoli". 

Il santo era poi svanito insieme al sogno. La realtà delle pecore, dei pascoli frugali e della solitudine avrebbe cancellato ogni traccia di quel sogno che lo voleva proiettato in un futuro così arrischiato, luminoso e imprevedibile? O era, nonostante il giovane pastore non avesse mai visto un mulino, ineluttabile profezia? In ogni caso, era chiaro che doveva decidere proprio la fede. Quella che non fa mai calcoli e ugualmente muove i suoi passi senza i lacci della paura e neppure dell'incertezza. Certo è che il giovane, malgrado non gli mancassero i dubbi, sentiva di non potersi opporre al fuoco della sua fede, alimentato com'era da quello inestinguibile, e per questo più potente, di san Lorenzo. Perciò, sia pure segretamente, più volte si recò nel villaggio di Santa Maria Iscalas, come gli aveva suggerito il santo. 

Dopo aver osservato alcuni mulini in funzione, frequentò la bottega del falegname che li aveva costruiti. La meraviglia di quei mulini era entrata subito nel suo cuore, per non lasciarlo più. Era già diventata lo scopo della sua vita. Il pastore, dopo aver ceduto il suo gregge, un poco alla volta, aveva seguito fedelmente la speranza che aveva suscitato in lui san Lorenzo. Il mulino. E di mulini, come aveva previsto il santo, ne furono costruiti a decine, lungo il torrente, infine anche le gualchiere. Ovvio, i primi mulini furono piuttosto rudimentali, ma poi divennero sempre più attrezzati e più produttivi. 

Visto il prodigio che si era realizzato nella valle, gli abitanti decisero di manifestare nei confronti del santo un generoso segno di riconoscenza. Anche se questo segno, ideale e insieme concreto, sarebbe costato non pochi sacrifici. Proprio come una comunità, decisero che da quel giorno avrebbero chiamato la valle con il nome del loro santo. Nel promontorio roccioso, sovrastante il torrente, costruirono una chiesa a lui dedicata. Origine e simbolo di una storia che riguardava tutti e che a questa comunità aveva indicato un nuovo futuro.  

Brano tratto dal volume: SAN LORENZO, LA VALLE DEI MULINI

                           Ingresso della chiesa rupestre di san Quirico e santa Giulitta.

Interno della chiesa rupestre di san Quirico e santa Giulitta. A lato una porzione della chiesa, ormai diroccata, costruita in muratura. 


Anche la valle, con la sua caratteristica geomorfologia, ha la sua storia. Che ovviamente viene prima di quella degli uomini. Ce la racconta qui Sergio Ginesu, docente dell'Università di Sassari - Istituto Scienze Geologico Mineralogiche.

GEOMORFOLOGIA DELLA VALLE

Sergio Ginesu 

La valle di San Lorenzo -la cui geologia risale al Miocene-, è il prodotto del rapido sollevamento di questo territorio verificatosi nel corso di alcuni milioni di anni (dal Pliocene medio al Pleistocene superiore: circa 4 milioni di anni), con alterne pulsazioni le cui tracce sono ancora visibili lungo i versanti delle valli osilesi, spesso gradinate dal processo di approfondimento dell'incisione. Grosso modo, si può ritenere che questa area ha subito un progressivo sollevamento di circa 500 metri che ha favorito l'instabilità dei versanti impostati sulle rocce calcaree del Miocene. Uno dei rilievi più elevati che caratterizzano il paesaggio di San Lorenzo è il Monte di Conca 'e Omine che domina il versante orientale della valle; questo rilievo e quello di Monte Uttari, situato nel versante opposto, mostrano una evidente arcatura alla sommità delle imponenti scarpate che li definiscono. Queste arcature sono il prodotto di imponenti movimenti di frana che hanno ampliato estesamente i confini della valle e dello stesso canyon, è assai evidente il contrasto esistente tra una valle di tali dimensioni nella sua porzione sommitale e la presenza di un piccolo fiume. Nel versante occidentale, presso la fonte di Brenaghe, si trova una cava di inerti dismessa; questa attività estrattiva ha interessato la formazione delle falde detritiche stratificate che sono state prelevate per il loro facile uso commerciale. 

Questi depositi sono costituiti da elementi scheggiosi di piccole dimensioni formatisi a spese delle coperture calcaree del Miocene. La loro caratteristica è di essere particolarmente sensibili al processo di gelo-rigelo a causa delle escursioni termiche diurne in occasione delle fasi climatiche arido fredde che hanno interessato, in particolare, il nord Sardegna durante tutto il Pleistocene. L'asportazione di questo materiale ha riportato alla luce l'originaria condizione morfologica del versante subito dopo l'evento di frana che ha interessato la regione di Calacasu. Si può anche osservare, all'interno della zona estrattiva, l'antica scarpata di distacco della frana potente 50 metri, sulla quale si può ancora notare il limite di riempimento del materiale criogenico che è stato asportato. Il versante opposto permette di leggere questa situazione soltanto dalla superficie, poiché, fortunatamente, non è stato offeso da alcuna attività di cava; pur tuttavia la presenza della cava di Calacasu rimane un elemento interessante e didattico per la comprensione degli eventi che hanno fatto la storia geologica di quest'area. Pertanto, questa forma antropica merita una valorizzazione nel contesto del paesaggio spettacolare e della storia dell'uomo testimoniata in questa valle. Il piccolo corso d'acqua mostra con evidenza il ruolo giocato dai movimenti di frana in tutta la valle; la sua direzione forma costantemente delle arcature, dove il fronte delle frane è giunto fino a fondovalle, per poi riprendere la direzione originaria. In prossimità del villaggio riceve il contributo del rio Ottula che proviene da sud est, percorrendo l'omonima valle impostata sulla formazione calcarea del Miocene. Si tratta di una valle carsica, ricca di sorgenti che sgorgano tutto l'anno, sulle quali si è fatto affidamento per la canalizzazione delle acque che alimentavano i numerosi mulini, edificati lungo tre chilometri. 

Nella porzione alta del villaggio di San Lorenzo affiora la formazione dei travertini che danno luogo, lungo la sponda del torrente, anche a una piccola cavità carsica; queste rocce si mostrano fittamente intersecate da resti di vegetali che hanno impresso la loro presenza lungo le incrostazioni carbonatiche; esse sono la testimonianza della presenza di un antico lago carsico che ha ristagnato a causa dell'affioramento di un filone andesitico appartenente alla formazione vulcanica dell'Oligo-Miocene. Appare particolarmente interessante anche l'osservazione di queste rocce che, nella loro varietà, definiscono il paesaggio nella zona di Conca 'e Omine e nella parte di San Lorenzo bassa; ed è singolare l'evoluzione di questa gola nel momento in cui l'erosione ha messo in luce un filone andesitico. Ciò ha prodotto il ristagno delle acque a monte di questo sbarramento, determinando così l'esistenza di un lago con acque molto dure per la presenza di un bacino idrografico ricco di rocce calcaree. 

Questo non è stato l'unico lago di questa valle, poiché anche i movimenti di frana causarono, ancora prima, un ristagno delle acque attraverso lo sbarramento prodotto dal corpo di frana, determinando in tal modo un effimero lago di sbarramento. La piccola radura di Calacasu, prima del ponte sul rio Brenaghe, mostra il ristagno di questa forma, così come l'adiacente valle del rio Acchettas mostra le medesime caratteristiche geomorfologiche ma con una evoluzione geologica meno complessa e ricca. Le rocce andesatiche, presenti nella valle di San Lorenzo, sono estesamente diffuse nel settore occidentale del territorio osilese, dove localmente presentano sorgenti di acque termominerali. Alcune di queste, in prossimità del rilievo di Monte Pedrosu, sono state da tempo catturate e utilizzate ad uso idropotabile. L'esistenza di queste sorgenti è documentata anche da depositi di incrostazione ricchi di minerali di alterazione presenti nella valle del Rio de Montes ed ubicati in appoggio ai vecchi versanti a guisa di terrazzi di incrostazione. Questi depositi sono attribuiti alle variazioni climatiche pleistoceniche che hanno costretto il torrente a regolarizzare costantemente il suo corso, approfondendo il proprio alveo e abbandonando, in tal modo, i depositi di incrostazione; in alcuni casi questi sedimenti testimoniano l'esistenza di sorgenti minerali oramai fossili e non più attive. 


LA STORIA DI BADDE LONTANA 

 Il racconto di Antonio Costa, autore della musica. 

   Non esito ad affermare che i miei rapporti con San Lorenzo sono stati sempre speciali, e lo sono tuttora, rapporti permeati di sentimenti veri, di amicizia. Hanno avuto inizio a metà degli anni '60, quando insieme ai Bertas, dei quali ero fondatore e componente, ho partecipato alla festa per la prima volta con una nostra esibizione, seguita poi da tante altre. Erano i tempi in cui la band cantava in italiano e, com'era di moda allora, anche in inglese. Risalgono a questi anni anche i miei rapporti di collaborazione artistica con Antonio Strinna, originario di San Lorenzo. E' infatti del 1967, festa di san Lorenzo, la prima esecuzione di un brano composto insieme ed eseguito, con i Bertas, da mia sorella Maria Luisa. Mi pare che il titolo fosse "Tu sei peggio degli altri". Senza che ne fossimo consapevoli stava allora nascendo il binomio Strinna - Costa, che sarebbe poi durato a lungo, fino ad oggi. 

   Ormai esaurito il ciclo delle canzoni in italiano, quello di Fatalità, Dondolo e altre ancora, per i Bertas arriva fatalmente un momento di riflessione e anche di profondi cambiamenti, a iniziare dalla formazione stessa della band. Ma il cambiamento più radicale è stato quello di passare dalla lingua italiana a quella sarda, e questa opportunità venne proprio da San Lorenzo. Prima ancora che da un autore, ci fu offerta inaspettatamente da una storia accaduta qui il 20 marzo del 1957. Un bambino di appena dieci mesi era morto nella sua culla, schiacciato da un masso caduto dall'altopiano. Il masso era precipitato giù sino alla valle, aveva sfondato il tetto del mulino e si era fermato soltanto dopo essere piombato nella culla dove dormiva un bimbo ancora in fasce. Quella storia aveva lasciato un segno piuttosto profondo nella vita, non soltanto nella memoria, di Antonio Strinna. Un segno anche tormentato che mi ha confidato in varie occasioni, ogni volta con un intento ben preciso. Quello di raccontare questa storia attraverso una canzone, perché la brevissima esistenza di un bambino venisse compensata da almeno un piccolo atto di giustizia: il suo racconto in musica. 

   Perciò ha srotolato tutta la storia, istante dopo istante, sempre immersa fra sentimenti ed emozioni, sembrava che accadesse nuovamente davanti ai miei occhi, per cui fatalmente finiva per coinvolgere anche me. Entravo così anche io dentro quella storia, la vivevo in ogni dettaglio, insieme alle persone e ai luoghi dove era accaduta. Fra le rocce altissime, a picco sulla valle, i mulini in fila indiana, il torrente perennemente ricco di acque, la chiesa sospesa su uno sperone di roccia; insomma, eravamo materialmente a Sassari, ma mi ritrovavo lungo la valle, a camminare e a respirarla da un capo all'altro. Sì, perché niente mi appariva distante nel tempo, niente mi era estraneo, tutto mi riguardava. Ma Antonio voleva ancora di più: non una narrazione abituale, come solitamente si fa con un fatto accaduto tempo addietro, ossia al passato, lui pensava invece a un racconto diciamo contemporaneo, come se quella storia accadesse ancora oggi. Il ricordo, animato e sospinto dal cuore, doveva risultare contemporaneo. Perciò, diceva lui, bisogna che raccontiamo la storia al presente. Equando, in che modo? Attraverso lo sguardo della madre o del padre del bambino; anzi, facendola raccontare a loro stessi. Immaginandola attraverso lo sguardo della madre o del padre, durante un loro ritorno alla festa di san Lorenzo.

   Lo confesso, ero rimasto decisamente colpito dalla morte del bimbo nella culla. Ma prima ancora avevo ero rimasto affascinato dalla suggestione che avevo visto sprigionare dalla valle, soprattutto osservata mentre era illuminata dalla sola luce della luna e delle stelle. Del resto, non si trattava forse della notte di san Lorenzo? Una notte dove tutto risplende e la natura si rivela come non l'abbiamo mai vista. Insomma, potevo forse ignorare l'appello di un figlio di questa valle -Antonio Strinna-, che in apparenza mi stava chiedendo soltanto una canzone, in realtà un modo per sopravvivere alla morte. Per di più, me lo aveva chiesto con una originalità e insistenza che non potevano che convincermi, anche profondamente. Insomma, dovevo scrivere una melodia che, in qualche modo, doveva avere una connotazione sarda, diciamo pure uno spirito sardo, non soltanto una vaga coloritura folcloristica. Sì, perché il testo che avrebbe scritto Antonio sarebbe stato in sardo, con sentimenti e valori profondamente sardi. Tuttavia, avevo un grande vantaggio dalla mia parte, a sostenermi, potevo lasciarmi ispirare da questo evento. Questa storia mi aveva preso, letteralmente, anima e corpo. E poi c'era la festa, un momento speciale che avrebbe messo necessariamente in contrasto la gioia e la fede della festa con il dolore della donna, che in quei momenti non poteva fare a meno di ricordare la roccia che le aveva ucciso il figlioletto. Motivo per cui il conflitto era del tutto inevitabile. Inoltre, sentivo su di me una sorta di consapevolezza e insieme di responsabilità che, almeno in questi, un compositore non prova mai. 

   Era la stessa, in fondo, che già da tempo provava Antonio Strinna. La morte del bambino, in definitiva, era il simbolo della morte di tutta la valle, della sua storia, dei suoi mugnai, il simbolo dell'oblio nel quale ormai tutti stavano sospingendo questa valle, una volta popolata di mulini e ora soltanto di silenzio, costretta alla dimenticanza. Spesso Antonio mi raccontava, inoltre, del nonno paterno, anche lui mugnaio. Mi spiegava come il nonno lo avesse investito di una sorta di missione, sia pure quasi impossibile. Fare in modo che gli uomini, presi dalla loro distrazione e talvolta dall'indifferenza, non la dimenticassero per sempre. La sua responsabilità e insieme missione, a questo punto, erano diventati anche miei. Mi appartenevano. Ora eravamo in due ad affrontare un'impresa che, con la bellezza che contraddistingue l'ingenuità, avrebbe dovuto sconfiggere la morte, l'oblio di un bambino che aveva vissuto appena dieci mesi e insieme quello di San Lorenzo, con la sua storia di mulini e di mugnai. Dunque, prima ancora di inoltrarmi nella composizione della musica, mi lasciai prendere e infine guidare dallo spirito della valle, lo stesso che aveva ispirato Antonio Strinna. Più che le mie note, quello mettevo nello spartito sembravano quelle della valle, della festa di san Lorenzo, erano compenetrate dal respiro di un padre e di una madre e soprattutto da quello di un bambino, Pietro Pisano. I sentimenti che uscivano da me erano gioia e dolore, festa e sofferenza, ma anche sentimenti di fede. Tutti immersi in un solo conflitto, tutt'altro che facile da risolvere. Finalmente venne a capo di questa impresa, per me rimasta unica, e mi ritrovai davanti una musica che sembrava appena sgorgata da chissà dove. Da un tempo remoto, chissà, certo da un tempo senza ieri né domani, che vive unicamente nel presente, nel nostro presente. 

   Non mi restava che consegnare la musica a chi me l'aveva chiesta, quasi ordinata, come fosse un dovere al quale non ci potevamo sottrarre in alcun modo. Gliela consegnai, dunque, e aspettai che questo viaggio nel tempo, con la sua storia da raccontare, arrivasse in porto con il suo carico completo, ben definito. In fondo, come noi stessi l'avevamo previsto e anche come, forse dal destino, ci era stato misteriosamente affidato. Insieme all'attesa del testo, anzi del narrazione immaginata da Antonio, ce n'era anche un'altra, ugualmente importante. Davvero i Bertas sarebbero stati disposti ad eseguirla, proprio loro che non avevano mai cantato in sardo, e per di più quando non era affatto di moda? La risposta non era affatto scontata. Chissà, con la loro condivisione, forse avremmo inaugurato una nuova tradizione. E' proprio ciò che afferma, ricordando la coraggiosa scelta dei Bertas, il cantautore Piero Marras nel volume "La grande storia dei Bertas, di Graziano Mura. "Sono stati i primi a veicolare in un modo molto classico e moderno allo stesso tempo diventando una vera e propria istituzione". 

   Ho appena detto che tutto è stato permeato da un'atmosfera di mistero. Penserete che sto esagerando. Sentite ora che cosa mi ha raccontato l'autore delle parole, il quale non esita a passare dalla realtà a un vero e proprio sogno, forse più vero della realtà stessa. Eravamo all'inizio del 1972, dunque in prossimità della festa di san Lorenzo. "Sapeva bene, la madre del bambino. che già da molto tempo io la stavo cercando, durante la festa di san Lorenzo e specialmente dentro di me. Ecco perché, nel sogno, a un certo punto, lei mi si avvicina e inizia a parlarmi. Mi racconta del suo ritorno alla festa, del conflitto che vive nel suo cuore, istante dopo istante, dolore dopo dolore, nonostante la gioia della festa, i canti, i suoni; e mi racconta anche della sua fede, in quella del santo soprattutto". Ma poi il sogno si dissolve, tutto sembra finire. Invece no, la donna continua a parlargli, come volesse affidargli un messaggio. "Proprio mentre mi parla, forse a causa dell'emozione, mi risveglio. Ma lei è ancora lì, aspetta soltanto che io l'ascolti. Sono le sei del mattino. Prendo allora carta e penna e, seduto sulla sponda del letto, sono già pronto a scrivere, ad ascoltare le parole della donna, pronunciate nella sua lingua materna, il sardo. Ma non è a me che si rivolve, no, alla valle lei si rivolge. Io non sono che il suo tramite, naturale, devo solo ascoltarla. Trascrivo dunque le parole che la donna pronuncia, una ad una, così posso custodirle segretamente quanto fedelmente". Per la verità, le parole che poi utilizza sulla mia musica non sono esattamente le stesse che la donna gli aveva affidato, ma certo il senso corrisponde pienamente, e in fondo le variazioni apportate sono davvero minime, comunque ininfluenti. San Lorenzo, segnato dal fuoco e dalla graticola, come poteva non capire questa donna? Una madre che stava vivendo, da anni, con la guerra dentro di sé, in ogni istante della sua esistenza. Io credo che il santo, alla fine, abbia ascoltato la sua docile attesa, che l'abbia presa per mano e insegnato a sperare, ancora una volta. Come avete sicuramente notato, l'impronta del sogno appare evidente fin dalle prime parole. Sutta su chelu de fizu meu. Sotto il cielo dove ora sta mio figlio... Il sogno è il ponte che collega il cielo e la terra, il dolore e la festa, il figlio e la madre. Che poi è il sogno di colui che solo per presunzione può chiamarsi autore. 

   Certo molto di più conta la narrazione di un conflitto drammatico quanto umano, quello della vita con la morte, della fede con la disperazione, dell'allegria della festa con il dolore di una perdita, per un lutto incancellabile. I suoni costituiscono nella canzone, come le parole, espressione di una vita che continua, malgrado tutto, anche nel vuoto della dimenticanza. Proprio per questo è capace di rendere eterna una creatura costretta a lasciare il mondo prima ancora di averne gustato il sapore, una creatura e insieme un villaggio -con i suoi trentasei mulini-, che una ventata di cambiamento ha travolto con la sua cieca passione per il futuro. Mettere insieme un clima di tristezza e di allegria, di lutto e di festa, sino a trasformarlo in un vero e proprio pathos, ecco il semplice segreto di questa canzone. La malinconia rimane, sia pure discreta, anche quando la tonalità del brano è in maggiore. I suoi richiami armonici fra due terze sono caratteristici del nostro folclore, compreso il canto a tenore. Ma credo sia ancora più determinante il fatto che una canzone sia portatrice di un valore condiviso, insomma degli stessi valori e sentimenti popolari, allora viene apprezzata e fatta propria in qualunque parte dell'isola. Aggiungiamo poi che la musica rende la lingua universale, se condivide una cultura e un vissuto; abbatte steccati e pregiudizi, quando forme e contenuti veicolati sono altrettanto universali. 

   Badde lontana era dunque arrivata in porto con tutto il suo carico? Niente affatto. Quello non era e non poteva essere il suo porto di arrivo, piuttosto quello di partenza. Serviva almeno una voce, una band alla quale affidare la canzone. Dunque, bisognava convincere i Bertas che era arrivato il momento della svolta, della scelta di cantare in sardo. Badde lontana era lì, in attesa insieme agli autori, serviva però la volontà, oltre che la convinzione, da parte della band, di far ripartire Badde lontana dal porto in cui era appena arrivata. Non saprei dire quanto fosse profonda la consapevolezza dei Bertas al riguardo, certo è che intrapresero questa nuova strada, quella di cantare in sardo, per la prima volta, affidandosi a una canzone inedita. All'inizio, insieme alla sorpresa, emerse un certo scetticismo. Fatalmente si chiedevano, non senza preoccupazione, come li avrebbero accolti il loro pubblico, ovviamente giovane. Sapevano bene che, almeno al primo impatto, avrebbero dovuto fare i conti con una certa diffidenza. Nessuno si aspettava, del resto, la svolta di cantare in sardo, nell'aria respirata dai giovani c'era allora tutt'altro. Tuttavia, superata questa incertezza, iniziarono comunque le prove, a Sassari. Un giorno, quando ormai i musicisti avevano preso confidenza con il brano, in sala prove erano presenti, oltre ai Bertas, io, Antonio Strinna e l'osilese Nino Canalis, con il quale avevamo un rapporto di lavoro e di collaborazione molto stretto fin da metà degli anni '60, quando ci esibivamo ad Osilo, allo Splendore, durante tutto il carnevale. Proprio Nino Canalis, certo a sua insaputa, divenne in quelle prove un vero e proprio test pubblico. Appena iniziata l'esecuzione di Badde lontana notai subito la reazione, sicuramente spontanea, del nostro amico. Non lasciava dubbi, appariva coinvolto in tutto il suo essere, il suo volto aveva cambiato espressione, sembrava avere dei brividi, i peli delle sue braccia improvvisamente erano diventati dritti. 

   Intanto, io e Antonio lo osservavamo in silenzio, discretamente; più andava avanti l'esecuzione, più era chiaro che la canzone lo aveva coinvolto sino in fondo, interiormente, facendo suscitare in lui sentimenti piuttosto profondi. Tutto questo accadde poi ogni volta che i Bertas proposero Badde lontana in pubblico, quando ogni conferma ci diceva che il viaggio di Badde lontana sarebbe stato molto lungo. Anche perché il suo porto di arrivo, per così dire, non poteva essere che in mezzo alla gente. In fondo, da dove era partita. Un caso a parte è stato, come avevamo previsto, l'esecuzione a San Lorenzo, alla festa di san Lorenzo. Infatti, è stata così partecipata e intensamente vissuta, sia dal pubblico che dai Bertas, da sembrare il mio racconto persino esagerato. Invece, le cose sono andate proprio così. Abbiamo sofferto e gioito insieme, durante tutta l'esecuzione e anche dopo; scossi da sentimenti profondi e autentici, alla fine abbiamo pianto tutti. In conclusione. Badde lontana, composta nel 1972, non per caso alla vigilia della festa di San Lorenzo, è nata sicuramente al di fuori di qualunque laboratorio, senza calcoli commerciali. Inizialmente avevamo intitolato la canzone Santu Larentu, mettendo al centro il santo, e con il santo anche il luogo e la notte di stelle del 10 agosto. Solo nel momento della registrazione su 45 giri prende il titolo di Badde lontana, in quanto volevamo allargare l'orizzonte, evidenziando così la lontananza che la storia del bambino e insieme quello della valle stava rischiando, una lontananza causata fatalmente dall'oblio. Dopo la registrazione dei Bertas, avvenuta a Milano nel 1974 con la City Record, il pubblico sardo non ha esitato a fare propria questa canzone, in fondo perché parlava proprio di lui; l'ha accolta per quello che voleva essere fin dall'inizio: una sua storia, un suo canto popolare. 

   Per questo credo di poter dire che, nel campo della canzone moderna, Badde lontana costituisce oggi una vera e propria anomalia. Riferita al passato, invece, appare direttamente in continuità con la nostra tradizione popolare. Fin dal 1977 anche il pubblico italiano, non solo sardo, ha iniziato a conoscere e ad apprezzare questo brano, quando i Bertas lo hanno proposto al Cantagiro. Ma ciò che più conta, io credo, è stata la convinta accoglienza nel repertorio popolare, soprattutto in quello dei Cori sardi, accanto a Deus ti salvet Maria, Nanneddu meu, Non potho reposare, ma anche nel repertorio di molti Cori della penisola. Già dopo pochi anni dalla sua composizione, è stata eseguita anche in varie parti del mondo. Dal Giappone al Brasile, dall'Argentina al Canada, dall'Australia alla Cina e al Sudafrica, passando per l'Italia, quindi la Francia, la Spagna, l'Austria e molti altri Paesi. E c'è di più: Badde lontana è stata fatta propria da formazioni musicali locali, anche straniere, segno tangibile che questa storia, accaduta nel silenzio di una valle, ha superato decisamente i confini di San Lorenzo. E soprattutto continua a vivere, anche lontano da noi, ben oltre la Sardegna. Come è potuto accadere? Per oltre vent'anni ho diretto la Corale Canepa, di Sassari, e non c'è dubbio che proprio questa sia stata una nuova ed esaltante stagione sia per me che per Badde lontana. 

    E' soprattutto allora che si è verificato il passaggio, del tutto naturale, dalle band ai cori maschili sardi e a quelli a voci miste, con la conseguente diffusione in un campo che notoriamente conserva e diffonde i brani tradizionali. In tutti questi anni, dunque, io e la Corale Canepa abbiamo portato Badde lontana in moltissimi paesi, potrei dire in tutto il mondo. Durante le nostre tournee è capitato pressoché ovunque, in Italia e all'estero, che i miei colleghi mi chiedessero lo spartito. Evidentemente colpiti dal brano e interessati a proporlo al loro pubblico. Un anno dopo l'altro, mi rendevo sempre più conto che Badde lontana era diventata una creatura senza tempo; soprattutto, mi era chiaro che poteva viaggiare e abitare nel mondo con le proprie gambe, vivere del suo stesso respiro, anche senza i Bertas, i cori sardi e la corale Canepa. Del resto, non accade forse così per tutte quelle opere che sono destinate a durare nel tempo? 

BADDE LONTANA 

 Testo: Antonio Strinna - Musica: Antonio Costa 

Sutta su chelu de fizu meu                                                                                                                                                  como si cantat finza tres dies:                                                                                                                                                    Badde lontana, badde Larentu                                                                                                                                                    solu deo piango pensende a tie. 

Mortu mi l'hasa chena piedade                                                                                                                                                   cun d'una rocca furada a Deus:                                                                                                                                                  Badde lontana, badde Larentu                                                                                                                                                  comente fatto a ti perdonare? 

Zente allegra e bella festa,                                                                                                                                                          poetes in donzi domo.                                                                                                                                                          Cherzo cantare, cherzo pregare                                                                                                                                                  ma non m'ascurtada su coro meu. 

Dami sa manu, Santu Larentu,                                                                                                                                              deo so gherrende intro a mie.                                                                                                                                            Dami sa manu, mi so perdende,                                                                                                                                                  fàghemi isperare umpare a tie.